Pirlo ct: un percorso rimasto a metà
Parlare di Pirlo ct significa parlare di un’occasione che il calcio italiano non è riuscito a sfruttare fino in fondo. Non tanto per mancanza di qualità tecnica, quanto per un problema più ampio: la difficoltà di costruire percorsi coerenti attorno ai profili scelti per guidare una squadra o un progetto tecnico.
Il nome di Andrea Pirlo come allenatore ha sempre portato con sé un’aura particolare, quella del giocatore che ha letto il gioco con un’intelligenza fuori dal comune. Ma tra il talento visto in campo da centrocampista e quello richiesto per guidare una panchina ad alto livello, il salto si è rivelato più complicato del previsto.
Il precedente Maldini-Leonardo: coerenza o ostinazione?
Quando si guarda alla gestione tecnica del calcio italiano degli ultimi anni, il caso della coppia Maldini e Leonardo resta un punto di riferimento inevitabile per capire come si costruiscono, o si smontano, i progetti sportivi. Un’alleanza nata con grandi aspettative e finita prima di quanto molti si aspettassero.
Definirla un esempio di coerenza sarebbe fuori luogo. Più corretto parlare di ostinazione: la volontà di tenere insieme un progetto anche quando le crepe erano già visibili, nella speranza che il tempo sistemasse ciò che le scelte non riuscivano a risolvere. Una dinamica che si è vista, con modalità diverse, anche in altri contesti dirigenziali del nostro calcio.
La cura del talento come priorità mancata
Il tema che emerge da entrambe le vicende, quella di Pirlo in Nazionale e quella della dirigenza Maldini-Leonardo, riguarda un aspetto che il calcio italiano fatica ad affrontare con metodo: la cura del talento. Non basta individuare un nome importante, che sia un ex campione o un dirigente di prestigio, per garantire che il progetto funzioni.
Servono struttura, tempo dedicato alla formazione tecnica e soprattutto una selezione che valuti concretamente le competenze richieste dal nuovo ruolo, non solo il curriculum da giocatore o da uomo di calcio vissuto ad alti livelli. La differenza tra essere stato un grande interprete in campo e saper trasmettere quella visione a una squadra o gestire una rosa è sostanziale, e va riconosciuta prima di affidare responsabilità decisive.
Ripartire dalla scelta di un ct all’altezza
Il vero nodo, guardando al futuro, riguarda i criteri con cui il movimento italiano seleziona chi deve guidare la Nazionale o le principali strutture tecniche dei club. La scelta di un ct all’altezza non può basarsi solo su fama o suggestione mediatica, ma deve poggiare su un percorso verificabile, su risultati concreti ottenuti in contesti che permettano di misurare davvero le capacità di chi si candida.
Il caso di Pirlo non deve essere letto come una condanna definitiva delle sue qualità di allenatore, quanto come un segnale su come vengono gestite le nomine tecniche in Italia. Lo stesso vale per l’esperienza di Maldini e Leonardo: due figure di enorme prestigio calcistico, la cui collaborazione si è interrotta lasciando più domande che risposte sulla programmazione a lungo termine.
Il calcio italiano ha bisogno di ripartire da un metodo diverso: investire sulla crescita dei tecnici emergenti, valutare con più rigore le competenze gestionali richieste dai ruoli dirigenziali, e smettere di affidarsi solo al nome per costruire un progetto destinato a durare. Perché il rischio, altrimenti, è continuare a scambiare l’ostinazione per una strategia, senza accorgersi della differenza fino a quando è troppo tardi per correggere la rotta.
