L’Apocalisse è arrivata. L’Italia perde l’ultimo treno per il mondiale

L’Apocalisse è arrivata. L’Italia perde l’ultimo treno per il mondiale

Due mesi fa, alla viglia della gara contro Israele, il Presidente FIGC Tavecchio aveva definito – forse con poca lungimiranza – “apocalittica” l’eventualità che l’Italia non si potesse qualificare per il mondiale di Russia 2018.

Dopo la sconfitta in Svezia per 1-0 di venerdì scorso e il pareggio per 0-0 di ieri a San Siro, l’apocalisse è arrivata. A 60 anni di distanza dall’ultima eliminazione nel torneo di qualificazione, l’Italia non disputerà un mondiale di calcio. Sarà l’unica detentrice di una coppa del mondo (o peggio, di quattro) a non giocarsi la competizione iridata l’estate prossima in Russia.

In Russia invece andrà la Svezia, brava e fortunata a segnare un gol in 180′ tirando in porta una volta sola, mentre gli Azzurri non sono arrivati neanche a tanto. E non serve a nulla piangere sui due legni colpiti dai nostri (uno per partita) o recriminare sui due rigori non concessi alla Nazionale da Lahoz (altrettanti ne avrebbe meritati anche la Svezia).

Così come non è servita a nulla la bella prestazione di ieri, condotta col cuore da un gruppo che al mondiale ci voleva andare davvero, ma che forse non lo meritava.

Certo, dispiace. Dispiace per le lacrime di Buffon a fine partita: ieri il portiere più forte della storia del calcio italiano e forse di tutti i tempi ha dato addio alla Nazionale dopo vent’anni di onorata militanza, dopo averci regalato una coppa del mondo. Anche per altri due reduci del 2006, Barzagli e De Rossi, è stata l’ultima partita in azzurro.

Ventura ha chiesto scusa agli italiani ma non si è dimesso, sebbene con buona probabilità oggi verrà “accompagnato alla porta” dai dirigenti FIGC. Ma vedere nel tecnico l’unica causa di una tale débâcle sarebbe pretestuoso e ingiusto. Ventura ha la sua dose di colpe soprattutto tattiche, ma dopo la sconfitta contro la Spagna molti nazionali sembravano aver perso il piglio giusto con cui si deve scendere in campo.

Il problema – lo si è detto ieri, lo si dice da tanto tempo e lo si dirà ancora per molto – sta nei vivai che non sfornano più una leva calcistica degna di quella che nel 2006 ci regalò il titolo più bello.

Il problema parte dal basso ma ha le sue radici nei massimi vertici della Federazione. Da cui dovrebbe partire il primo, vero, esame di coscienza.

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