Abedì Pelè, il pioniere

Abedì Pelè, il pioniere

L’Italia ha scoperto il calcio africano l’8 Giugno 1990, nella partita inaugurale dei mondiali casalinghi. Di fronte ai campioni in carica dell’Argentina di Diego Armando Maradona c’erano i Leoni Indomabili del Camerun. Al 67′ accade l’impensabile.

Quell’episodio, unico lampo nell’anonima carriera di Francois Omam-Biyik, segnò l’inizio di un esaltante cammino per la squadra africana, che sarà fermata soltanto ai quarti di finale, ai tempi supplementari, dall’Inghilterra di Lineker, Platt e Gascoigne, l’ultima compagine albionica di successo. Un Camerun guidato da due leggende senior come N’kono e Milla, entrambi reduci da Spagna ’82 e dal girone dei pareggi contro l’Italia di Bearzot.

Di calciatori africani finora se n’erano visti pochi in serie A, il primo era stato lo sconosciuto ivoriano Francois Zahoui, ingaggiato nel 1980 dall’Ascoli di Costantino Rozzi, uno dei tanti bidoni del calcio anni ’80 buono solo per l’amarcord. Erano ancora lontani i tempi delle polemiche di Arrigo Sacchi, e l’exploit del Camerun non cambiò immediatamente il trend, i migliori talenti del continente nero giocavano nei campionati degli ex-colonizzatori, la Francia su tutti, che talvolta finiva col nazionalizzarli.

Il primo calciatore africano a lasciare un segno in serie A, a fare la differenza, è stato Abedi Pelé. Arrivò nella stagione 1994-95, un anno dopo il fratello Kwame Ayew, meteora leccese, e un anno prima di Re George Weah, colui che avrebbe definitivamente sdoganato il continente nero in ambito calcistico, vincendo il Pallone d’Oro Europeo dopo l’allargamento delle regole. Il giocatore ghanese sbarcò a Torino, sponda granata, dove nella prima metà degli anni Novanta avevano vissuto piazzamenti prestigiosi (terzo posto), imprese sfiorate (la coppa UEFA persa in finale contro l’Ajax) e casi da calciomercato (la cessione di Gigi Lentini al Milan). Tuttavia, la situazione di campo del post-Borsano era in costante declino, e poco ci si aspettava anche da Abedi, arrivato nell’indifferenza generale. Il trequartista ghanese disputò una stagione importante, non tanto per la classifica del Toro, che si piazzò undicesimo dopo un cambio d’allenatore (Rampanti venne sostituito frettolosamente con il solido Nedo Sonetti), quanto per le prestazioni individuali (dieci reti, innumerevoli assist per il bomber Ruggiero Rizzitelli) che gli permisero di essere insignito del premio come miglior straniero della serie A. Una stagione solo apparentemente anonima, incorniciata dall’aver vinto, dopo anni di digiuno, entrambi i derby contro la Juventus di Lippi, Baggio, Vialli e Ravanelli, futura campione d’Italia.

In questo Toro povero ma grintoso, in linea con la storiografia del dopo-Superga, Abedi Pelé regalò delle perle che lo faranno restare nel cuore dei tifosi granata, come la doppietta con cui ribaltò la partita contro il Cagliari.

Qui invece è contro il Bari, dove apre le marcature con un sinistro preciso dai venti metri.

Altra doppietta contro il Brescia di un nervoso (ed espulso) Stefano Borgonovo.

Poco importa se la stagione successiva, complici infortuni e una squadra ancor più debole, il Toro tornò tra i cadetti. Il ricordo dell’esperienza italiana di Abedi Pelè resta quello di un giocatore spartiacque tra un’epoca in cui i calciatori africani erano soltanto folklore e l’era moderna, dove sono tra i più presenti e utilizzati professionisti della serie A. Ma per abbattere il pregiudizio c’era voluto uno dei più forti di sempre.

Leggenda africana

Immagina che noi non avevamo televisori, non avevamo neanche la luce nei nostri villaggi; eravamo isolati dal resto del mondo, e nella povertà provavamo a giocare a calcio con i mezzi a nostra disposizione. E le persone più grandi dicevano: ”Pelé, lui gioca come Pelé”. Ma io non sapevo neanche chi fosse.

Abedi Ayew è nato nei primi anni Sessanta a Kibi, un piccolo centro a nord di Accra, da una famiglia poverissima. Di età incerta come tutta la prima generazione di calciatori africani sbarcati in Europa, si mormorava che ne avesse almeno un paio in più rispetto a quelli dichiarati. Le prime notizie sulla sua carriera calcistica emergono all’inizio degli anni Ottanta, quando esordisce nella prima divisione ghanese nelle fila del Real Tamale United. Si mette subito in mostra, viaggiando alla media di un goal ogni due partite. Aveva già il nickname Pelé, se l’era preso da giovanissimo e incosciente, senza avere idea della pesantezza dell’eredità, senza sapere che sarebbe stato il primo (e finora l’unico) a non soffrirne.

In realtà le somiglianze con “O Rei” erano meno marcate di quanto sembrassero ai vecchi saggi del villaggio ghanese. Pur avendo un feeling con il goal, soprattutto se decisivo e non fine a se stesso, Abedi era una mezzala mancina dal piede educatissimo, con la passione per il dribbling e la facilità d’inserimento. Agile, veloce, col fisico minuto e nervoso, guizzante ma non potente, era un unicum per un continente che esportava con facilità centravanti muscolari e flessuosi come pantere (lo stesso Weah, Eto’o, per tacere del mozambicano Eusebio), ma che avrebbe dovuto aspettare l’avvento di Jay Jay Okocha per vedere un altro “dieci” di livello europeo.

Lasciato il Ghana, per il giovane fantasista iniziarono anni di gavetta nei posti più disparati, dal Qatar al Benin passando per la Svizzera. Le cose divennero più serie con l’arrivo in Francia al Mulhouse, club di seconda divisione e anticamera del suo primo approdo alla corte di Bernard Tapie, divenuto presidente dell’Olympique Marsiglia nel 1986 e in procinto di costruire la più forte compagine francese di sempre.

Le cose però non andarono bene, per Abedi Pelé. Passò due stagioni (1987-88 e 1988-89) ai margini della squadra, giocando pochissimo. Problemi di nonnismo misto a razzismo negli spogliatoi, si mormora. Il secondo anno si trasferì al Lille, iniziando a giocare titolare con regolarità e togliendosi molte soddisfazioni, tra cui quella di battere proprio il Marsiglia.

(La punizione è una perla “alla Platini”, per dirla con il telecronista)

I due anni al Lille legittimarono le aspirazioni del ghanese al salto di qualità, e nel 1990 vi fu il ritorno alla corte di Tapie. Pele si andò a inserire in un contesto già vincente in Francia, elevandolo a rango europeo. Il fantasista formò un trio delle meraviglie con l’ala inglese Chris Waddle e la punta transalpina Jean-Pierre Papin.

(In questa raccolta di goal e azioni dell’epoca si vedono più le funamboliche gesta di Waddle e le finalizzazioni di Papin, ma tant’è…)

La stagione 1990-91 sembrava essere quella giusta per l’OM che, oltre all’ennesimo campionato, in Coppa dei Campioni eliminò anche il Milan di Sacchi (ricordate la sceneggiata di Galliani con i riflettori e la squalifica europea per i rossoneri?), arrivando fino in fondo, e si giocò il trofeo allo stadio San Nicola di Bari. Soltanto la miglior Stella Rossa di sempre riuscì ad avere la meglio (ai calci di rigore) sui transalpini.

Dopo una stagione deludente in Europa (eliminati agli ottavi di finale) ma ricca di soddisfazioni personali (dodici reti nell’ennesimo campionato vinto, record assoluto), Abedi Pele era oramai un veterano della formazione allenata da Raymond Goethals, che nel primo anno dell’inedita Champions League (1992-93) tornò in finale per fronteggiare ancora il Milan, stavolta nel formato “invincibile” di Fabio Capello. I rossoneri misero insieme un ruolino di marcia perfetto, dieci vittorie nelle dieci partite disputate tra turni preliminari e girone. Il Marsiglia si era rinnovato negli anni, aveva ceduto Papin proprio al Milan e costruito una squadra più muscolare e concreta, con un centrocampo formato dal tiratore Franck Sauzee e dal portatore d’acqua Didier Deschamps e un attacco costituito dall’esperto ariete Rudi Voller e da un giovane e guizzante croato di nome Alen Boksic. Abedi Pele era l’unico elemento di fantasia, colui deputato a unire i reparti e a innescare l’azione offensiva dei francesi.

Il 26 Maggio 1993, all’Olympiastadion di Monaco di Baviera, il Marsiglia (e Abedi Pele in particolare) si confermò bestia nera per il Milan.

(Sì, il corner per il goal di Boli l’ha battuto proprio lui, man of the match)

La vittoria della coppa fu il culmine dell’epopea marsigliese. Alcuni mesi dopo emersero delle spiacevoli vicende legate alla corruzione di alcuni giocatori del Valenciennes per “accomodare” una partita che portarono alla squalifica del centrocampista Jean-Jacques Eydelie, alla revoca del titolo nazionale e all’esilio europeo. Il Marsiglia non poté difendere quella Champions League, ma resta tuttora, con buona pace degli sceicchi del PSG, l’unica squadra francese ad averla vinta. E Abedi Pele, dopo il famoso tacco di Rabah Madjer, uno dei primissimi giocatori africani ad averla sollevata. Da protagonista decisivo, come suo solito.

Profeta, ma non in Nazionale

Abedi Pele è unanimemente considerato il più grande calciatore ghanese della storia, e uno dei più importanti africani di sempre. Tanto per aggiungere allori a un palmares clamoroso, è stato il primo a vincere tre Palloni d’oro africani (consecutivi, dal 1991 al 1993) e a finire nei primi posti del FIFA World Player.

Se c’è qualcosa che salta agli occhi, guardando alla sua carriera, e che stona un po’ con il resto, è il suo cammino con la Nazionale. Pur detenendo il record di reti, Abedi Pele ha vinto una sola Coppa d’Africa, quella del 1982 da giovanissimo, e non è mai riuscito a qualificarsi per la fase finale della Coppa del Mondo. Fa specie, soprattutto pensando che nei primi anni Novanta, oltre al mancino del Marsiglia, il Ghana poteva schierare un bomber del calibro di Tony Yeboah (e anche una meteora come Nii Lamptey, ma quella è un’altra storia). Le voci che giravano all’epoca fanno pensare che i due, invece di collaborare per formare il più forte tandem d’attacco della storia del continente nero, si detestassero non tanto cordialmente, e che nella lotta intestina di clan tipica delle formazioni africane, avesse avuto la meglio Pele, ottenendo anche la fascia di capitano.

Nonostante tutto, nel 1992 il Ghana andò vicinissimo ad aggiudicarsi il trofeo continentale. Nei suoi anni di onnipotenza Abedi Pele si poteva permettere di trascinare la squadra praticamente da solo, e nella kermesse tenutasi in Senegal andò a segno contro lo Zambia nel girone, contro il Congo nei quarti e contro la Nigeria in semifinale. Tutte realizzazioni decisive, ovviamente. Peccato che per il Maestro (lo chiamano ancora così, dalle parti di Accra) ci fosse in agguato un destino “alla Nedved”: ammonizione in semifinale, squalifica per la finale, che il Ghana perse contro i “vicini” della Costa d’Avorio dopo una serie interminabile di calci di rigore.

Come molti africani della prima generazione, Abedi è tornato in Ghana dopo la chiusura (araba) della carriera. Ha fondato una squadra, il Nania, fa da mentore per le carriere dei tre figli (il migliore è Andrè, che a differenza del padre di Mondiali ne ha giocati due) e, aldilà di qualche scandaletto, alleva nuove generazioni di calciatori ghanesi. Nella speranza di tirarne fuori un altro degno di chiamarsi Pele.

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